Archive for the ‘Storie di baristi precari’ Category

Resto mancia

Wednesday, June 30th, 2004

All’inizio non capivo. “ecco a lei il suo resto”, ma quei 20 centesimi sul palmo della mia mano proprio non li voleva. Senza dire una parola, senza prenderli, io lì come una statua continuavo a porgerli.
Il suo vicino alza per un momento gli occhi dalle carte e mi fa “la mancia!”.
la mancia? mai successo prima. la mancia, cioè la carità, cioè no, la mancia.
La mancia come la maglietta bucherellata che ho lasciato a quel ragazzo che ci accompagnava tra i vicoli di Marrakech?
La mancia come gli arrotondamenti (ridicoli per noi, enormi per lui) che lasciavamo al simpatico segnore che tutto il pomeriggio cuoceva sashlik (..emm, spiedini) in quel parco di Dushanbe, Tajikistan?
Ho chiuso il palmo, ringraziato, girato le spalle, l’orgoglio sanguinante.
Quei 20 cent ora sono lì a dirmi che la strada è tutta in salita.
Meglio che continuo a pedalare, và.

UPDATE: il nonno che mi ha elargito quei 20 cent è un ex partigiano dell’Ottava Brigata Garibaldi. Averlo saputo prima, quel caffè glielo offrivo.

Macchiato freddo

Monday, June 7th, 2004
Un signore dall'aspetto normale, anzi normalone, testa tonda lucida, mi chiede un caffè. “Macchiato” . Rabbrividisco. “Macchiato freddo” . Ringrazio il santo protettore dei baristi inetti, che mi ha permesso di evitare la solita figuraccia del “macchiato caldo” , di quando tento di trasformare il latte in crema- per inciso, se fossi un alchimista, vi pare che lavorerei in un bar? -. Di solito, dopo una buona mezz'ora di spernacchiamento dello spruzzino (mi scuso per la terminologia tecnica) la superfice del latte resta liscia e immacolata, in compenso gocce di latte si sono sparse ovunque: sul bancone, sugli specchi, sulla mia faccia umiliata e sconfitta. Questa volta il santo protettore dei baristi inetti ha vegliato su di me. “Macchiato freddo”, per questa volta me la sono cavata.
Ostento sicurezza: porgo piattino e cucchiaino con mosse da ballerino di musical (sulle note di qualcosa tipo “It's so Quiet” di Bjork), infine la tazzina piena del profumato liquido. E qui scatta la perfidia…
…o meglio l'esperimento behaviorista. Non verso latte freddo nel caffè ma porgo al cliente un bricco piccolino e pieno di latte. Che si serva da solo. Che decida il meglio per sè. Che prenda in mano la propria vita.
Quindi mi volto, in altre faccende affaccendato. Quando volgo nuovamente lo sguardo al bancone non c'è più nessuno, la tazzina è vuota, zucchero sparso tutt'intorno e il bricco completamente vuoto….minchia, non che fosse una caraffa, ma ora è vuoto, vuotissimo, nemmeno una goccia rimasta. Allora, o se lo è versato in tasca, che ci puccia un biscotto più tardi, a casa, o si è fatto una specie di tazzone di caffelatte di quelli maxi da cagotto, e in più riprese viste le dimensione della tazzina.
L'esperimento ha dato un altro risultato oltre al summenzionato cagotto. Un risultato che mi intristisce. Concludo che se gli avessi dato una goccia, un bicchiere, una damigiana di latte, ne avrebbe versato nel caffè una goccia, un bicchiere, una damigiana. Senza sgarrare. Penso dunque con tristezza a quest'uomo che consuma quello che gli concedono nella quantità in cui glielo concedono, senza porsi la domanda fondamentale, che in questo caso specifico suonerebbe più o meno come “quanta percentuale di latte nel caffè mi è più gradita, visto che ho la possibilità di sceglierlo in tutta libertà?”. Ma la libertà di scelta pesa, pesa tanto. Avere qualcuno che decide per noi diventa un sollievo. E, almeno, non mi avrebbe fatto tutto 'sto casino sul bancone, che poi mi tocca pulire.