Marocco

Sabato 14 junio 2003.
La hall dell’aeroporto che precede la sala dove si ritirano i bagagli e’ imponente. Una gigantografia del defunto re Hassan II, piu’ piccole ai lati le foto dei suoi due figli, uno dei quali e’ oggi re del paese. Al centro della sala una fontana in stile arabo nella quale colano infinite goccioline scorrendo su dei finissimi fili che scivolano giu’ da chissa dove. Guardo in alto per scoprire l’origine dell’arcano ma trovo un mastodontico orologio lunare sospeso nel vuoto. Prima di uscire ripassiamo i bagagli nello scanner azionato da una ragazza interamente avvolta in un abito e un velo nero. Quando passiamo, mi volto indietro e la ragazza tira fuori dalla sua borsa un cellulare che non ho mai visto da nessun altra parte con tutta non chalance e incominicia una conversazione in una lingua per me incomprensibile. Usciamo dal gate, ci siamo, finalmente in Marocco. Dobbiamo aspettare piu’ di tre ore all’aeroporto prima dell’arrivo del volo da Roma su cui viaggiano Ste e Silvia prima di incominciare la nostra traversata di otto giorni visitando solo una piccola parte del paese, quella forse piu’ turistica. Ritiriamo dei Dirham al bancomat e sbrighiamo le pratiche per prendere a noleggio una macchina per una settimana. Nell’hall degli arrivi finora ho visto solo qualche viaggiatore, tanto poliziotti e tanti militari, quando ci sediamo su una dei divani in pelle vicino al gate uno di loro si avvicina a noi. Ci dice che non possiamo aspettare li dentro seduti per tre ore. Motivi di sicurezza. Dobbiamo quindi uscire e aspettare fuori dall’aeroporto. Prendiamo i nostri zaini e la valigia e usciamo a respirare un po’ di Africa.
Appena fuori da una porta sotto stretta sorveglianza controllata e’ stata tirato su un capanno coperto da un telo bianco sotto il quale la gente assiepata aspetta i passeggeri. Su una lavagna vengono scritti con un pennarello gli orari di arrivo e le provenienza dei prossimi voli. Non e’ permesso a nessuno entrare ed aspettare nella hall. La gente fuori e’ per la stragrande maggioranza locale. Il cielo e’ coperto e c’e’ un ombra di afa gialla. Non esistono panchine o sono state adibite sedie per quelli che aspettano. Andiamo a stenderci per terra sotto una palma seguendo l’esempio di altre famiglie…. e dovremmo aspettare tre ore. Sotto la palma fa molto meno caldo, provo pure a stendermi poi dopo un po preferisco incominciare ad ambientarmi e mi faccio un giro attorno. Attorno non c’e’ pressoche nulla. Il paesaggio e’ brullo, c’e’ solo terra secca, alcune palme e degli impianti chimici industriali. Dei bambini bevono e si bagnano la testa da un idrante che esce in mezzo ad una aiuola. Intorno al parking dell’aeroporto ci sono diverse persone che se ne stanno sdraiate su una stuoia all’ombra sotto un albero. C’e’ un po di traffico sul viale che costeggia l’entrata. Anche questo e’ridotto al minimo. Solo poche macchine possono passare e di sostare non se ne parla neppure. Le misure di sicurezza prese in seguito agli attentati contro gli stranieri di due settimane fa si fanno sentire. Tra la gente c’e’ qualcuno che vende bibite e mi sembra di vedere una terrazza di un bar semideserta. Ci trasferiamo in terrazza dove ordiniamo una bottiglia grande di acqua. Incomincio a leggere un po la guida del Marocco che ci siamo portati per vedere cosa possiamo visitare e di tanto in tanto mi aggiro per i limiti dell’aeroporto constatando che non esiste un posto dove poter mangiare qualcosa che non siano degli snack al cioccolato. Ritornando al bar scopro che non hanno una cucina e non vendono neanche snack. A dire il vero il bar e’ costituito dalla terrazza dove ci troviamo, un lavandino per lavare i bicchieri e un frigo all’ombra. Dopo quasi quattro ore in quella specie di terra di nessuno possiamo dare il benvenuto in Marocco a Ste e Silvia, saltare sulla Uno noleggiate e allontanarci dal primo spaccato di questo paese. Decidiamo arbitrariamente di saltare Casablanca e puntiamo dritto a Rabat, la capitale. Ecco il paese che inizia a distendersi sotto i nostri occhi. Distese rosse deserte, qualche cane, forse randagio, bambini che cavalcano asini dal pelo foltissimo, case ed edifici molto modesti, alcune capanne di tende, sulla strada il traffico e’ incredibilmente lento non solo a causa dei coloratissimi camion e bus pubblici che viaggiano con la porta e la cloche del motore aperta ma anche perche’ anche le macchine viaggiano ad una media di 50 km all’ora e non essendovi semafori ne strisce pedonali la strada e continuamente attraversata dai locali. Restiamo allibiti nel vedere la noncuranza con cui la gente ai bordi della strada affronta il clima torrido e il sole che picchia forte sulla testa. E ancora di piu’ ci stupiscono le figure di persone che oltre gli abitati camminano in mezzo alla distesa deserta e selvaggia. Ma dove vanno?? Rivedo finalmente i minareti delle moschee islamiche, diversi dagli unici che avevo visto in precedenza in Bosnia, qui in Marocco sono a sezione quadrata, la a sezione circolare. Un’edificio di aspetto maestoso e’ contraddistinto da delle corone stilizzate che campeggiano sulle mura esterne e da guardie armate alle entrate. Immaginiamo si tratti di un palazzo appartenente alla famiglia reale. Ad un tratto imbocchiamo l’autostrada che da Casablanca arriva fino a Rabat parallela al mare. Anche qui la velocita’ media degli altri autisti e’ ridicola. Non resistiamo alla possibilita’ di fare un bagno nell’oceano cosi usciamo dall’autostrada e ci lanciamo verso l’orizzonte marino. Purtroppo pero’ dal lungo mare non e’ possibile vedere le spiagge perche’ nascoste da una fila interminabile di nuove case a due piani a ridosso delle spiagge. Continuiamo in cerca di uno spazio che ci permetta di parcheggiare la macchina e tenerla sotto controllo quando ci imbattiamo in una nuovissima urbanizzazione solo parzialmente terminata. Archi, porte e fontani in stile moresco, un ufficio immobiliare, una gelateria, per un momento pensiamo di fermarci a mangiare qualcosa ma coraggiosamente optiamo per qualcosa piu’ “alla mano”. Ritornando da dove siamo venuti ci fermiamo in un negozietto per mangiare qualcosa a mo’ di pranzo. Non c’e’ molta scelta. Una pila di forme di pane rotonde accatastate sul bancone. Bibite, verdure, frutta e pesce in conserva. Ci sediamo a mangiare sulle scale del negozio le nostre due forme di pane rotonde, due coche e delle patatine fritte. Mi sembra che le giovani che vengono a comperare qui al negozio vadano tuttaltro che morigerati per l’idea cha abbiamo noi occidentali di un paese islamico. A dire il vero non si notano differenze da dei giovani che si incrocerebbero in una altra spiaggia al nord del Mediterraneo. Sull’altro lato della strada vediamo delle file di villette nuove a due piani con parabolica. Immaginiamo siano le “seconde case” dei benestanti di Casablanca che vengono a passare il fine settimana in villegiatura. Riprendiamo il cammino per Rabat sulla strada normale che costeggia l’oceano. Sembra che tutti i giovani della regione abbiano approfittato della giornata per venire a refrigerarsi in riva al grande mare. Pochi a dire il vero fanno il bagno molti invece pescano con delle lunghissime canne di bambu. Quello che tirano su lo rivendono direttamente sul ciglio della strada. Incrociamo alcuni posti di blocco, il traffico continua ad essere lento e genuinamente anarchico: le macchine, per non parlare dei camion e dei bus, si lanciano in sorpassi senza curarsi di quelli che vengono sull’altra corsia!!
Sull’orizzonte di fronte a noi incomincia a delinearsi la citta’ di Rabat, la seconda per numero di abitanti del Marocco. Sulla nostra destra continua a correre l’oceano dietro ad un lunga distesa di sabbia e terra che arriva fino al mare. C’e’ un gran via vai sulla riva, sono tutti ragazzi con costumi da bagno occidentali che se ne vanno a zonzo a dorso nudo, si rinfrescano sul bagniasciuga, pescano o giocano al pallone, vendono bibite, frutta o motorini. Anche qui poche strisce pedonali, quindi i giovani della periferia di Rabat attraversano la strada senza troppe preoccupazioni, grazie anche dalla bassa velocita’ degli automobilisti. Alla nostra destra la scena cambia. Piu’ abbandoniamo la campagna piu’ le costruzioni si fanno serrate e vengono chiuse dietro lunghe mura. Solo dalle rare porte che si aprono tra queste mura scopriamo che stiamo costeggiando un’enorme bidonville. Riesco solo a vedere dove il muro lo permette delle strade non asfaltate dove si aggirano bambini seminudi di fianco a catapecchie fatte con i piu’ diversi materiali. Rimaniamo con la bocca aperta: certo, le guide turistiche e qualsiasi altra fonte di informazione sottintendono l’estrema poverta’ del paese ma quello che vediamo va molto al di la dell’idea che ci eravam potuti fare prima del viaggio. Le nostre mappe semplicemente non indicano questa zona, noi avendo scartato l’autostrada stiamo attraversando tutta la periferia e avvicinandoci verso il centro, verso la zona turistica, dove ci sono gli hotel. piu’ che una via stiamo cercandoo una zona. Per puro miracolo vediamo un hotel indicato dalla guida e ci fermiamo a controllare.
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L’area e’ in piena ebollizione, i negozi sono aperti e nelle terrazze dei bar sotto i portici di marmo non c’e’ una sedia libera. Per quel che vedo la regola coranica viene rispettata: sui tavolini ci sono solo caffe, the alla menta o bibite zuccherate. Non so perche’ ma mi aspettavo che quello sulla proibizione dell’alcol fosse piu’ che altro qualcosa di superato o qualcosa ormai tollerato, almeno nelle grandi citta’. Dopo otto ore dal nostro arrivo incominciamo ad aprire una breccia nel velo con cui abbiamo ammantato il mondo islamico. Il Marocco e’ tra gli stati del Mediterraneo quello dove l’influenza della religione e’ meno forte ma anche cosi non posso fare a meno di vedere che le facili rappresentazioni preconfezionate che usiamo in Europa per definire questo fenomeno, l’islam e le sue manifestazioni, come quella inerente al consumo dell’alcol nella societa’, prendono qui, alla luce dei fatti, un nuovo valore. Un valore a volte simile rispetto a quello filtrato dall’occidente, a volte modificato e a volte ben diverso.
L’hotel va bene e costa pure poco, facciamo una doccia e andiamo di corsa a vedere la medina. La medina e’ quello che puo’ essere definito l’antico centro urbano delle citta’ del Marocco. E’ un’area completamente cinta da delle mura che la separano dalle espansione successiva dell’urbe. Per certi versi rimane a se stante e nelle citta’ piu’ grandi e moderne quando si varca una delle sue porte sembra veramente di fare un salto in un’altra epoca. Questo a grosso modo quello si puo’ dedurre da qualsiasi guida. In realta’ non ho la piu’ pallida idea di cosa aspettarmi se non frotte di venditori e cantastorie a caccia di turisti che qui vengono scambiati per valigie o zaini con le gambe pieni di valuta straniera e quindi una delle loro misere chance di guadagnarsi qualche dirham per poter comprare qualcosa o semplicemente per acquistare del cibo per se o per gli altri membri della famiglia.
Il 70 % della popolazione del Marocco e’ al di sotto dei 20 anni. La maggioranza dei giovani sono disoccupati e vivono in case cosi poco accoglienti che escono di casa la mattina solo per tornarvi di sera di sera a coricarsi alla meglio, a stomaco vuoto o a stomaco pieno, dipende da come e’ andata la giornata.
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