Domenica pomeriggio all’inferno

Manila, Filippine, una domenica pomeriggio di fine dicembre dell’anno 2000. 32 gradi all’ombra. Decido di visitare PAYATAS, lo slum costruito sulla discarica municipale, lo stesso girone infernale balzato agli onori della cronaca qualche mese fa, quando parte della collina è franata sommergendo nel fango e nei rifiuti più di trecento persone. 80 di loro ancor oggi risultano ufficialmente dispersi. Mi faccio accompagnare da Sister Bing, una giovanissima suora filippina di una congregazione australiana che ha da poco aperto un centro nella zona. Mi avverte, niente foto ne filmati, i dannati non amano chi va a speculare sulla loro esistenza. Indosso una logora T-shirt e scarpe già sporche, lascio nella stanza orologio, passaporto e soldi.
Per arrivare a Payatas attraversiamo vari agglomerati di Metro-Manila, un universo di 12 milioni di persone in uno spazio poco più grande dell’hinterland milanese. Ci sono squatters ovunque. Famiglie intere arrivate qui dalle oltre 700 isole delle Filippine senza una casa, un lavoro, un amico. Quattro pezzi di legno e qualche cartone per ripararsi dalla pioggia e la nuova casa è pronta. Oggi un filippino su quattro vive nella zona attorno a Manila, e migliaia sono quelli che ogni giorno si mettono in marcia per raggiungere la capitale. Il sogno di un lavoro, di un futuro, di un miracolo che possa far dimenticare la miseria. Ma a Manila trovano solo altra miseria, altri disperati, inquinamento e frustrazione.
Payatas è il risultato di questa disperazione. 7000 famiglie, 40.000 persone, che ogni giorno scavano nei rifiuti della città per mangiare, per rivendere gli scarti altrui, per andare avanti almeno fino a domani.
Appena sceso dall’auto l’odore è indescrivibile. Una collina di rifiuti sotto il sole, e la pioggia della notte che diventa fango e lentamente scende a valle.
La decomposizione dell’umanità.
Bambini camminano lenti, con il loro sacco in mano e gli stivali ai piedi. Altri portano solo sandali o addirittura vanno scalzi. Tutti aspettano ansiosi i camion che arrancano su per la collina, per essere i primi a tuffarsi fra i nuovi rifiuti. Alcuni assaltano i camion durante la salita, li vedi arrampicarsi sulle fiancate, scomparire all’interno e poi saltare un attimo prima che sia troppo tardi, con fra le braccia qualche alimento putrefatto che le loro madri cuoceranno per cena. La situazione sanitaria è gravissima. Mosche, topi e zanzare sono ovunque, trasmettendo ogni sorta di infezione. Nessuna norma igienica. Bing mi racconta delle malattie che affliggono gli abitanti di Payatas. Malattie terribili debellate nel resto del mondo. Un medico tedesco si danna l’anima per salvare il maggior numero possibile di bambini, ma è una lotta senza speranza. Queste persone cercano il cibo tra i rifiuti, lo ripuliscono dai vermi e dopo averlo riscaldato lo mangiano. Ogni giorno.
Cammino a testa bassa risalendo la collina, senza fiato per l’odore e il fango che mi arriva alle ginocchia.
Non riesco a guardare le persone negli occhi.
Oggi mi vergogno di essere un uomo.
Bing mi porta fin quasi alla cima, dove lei e le altre suorine hanno costruito un centro per bambini, l’unica struttura in cemento di Payatas. Decine di bambini si divertono in una fossa di cemento riempita continuamente da un getto d’acqua. Piscina dei poveri ma anche l’unica occasione per lavarsi e ripulirsi. Dopo aver rivestito i bambini le suore insegnano ai più piccoli a leggere e scrivere. Per entrare pagano 4 pesos (200 lire), l’unico modo rimasto alle suore per supplire alle spese dell’acqua e del centro. Ma tanti non vengono, perché qui 4 pesos a volte sono troppi. 200 lire. 200 lire a volte sono troppe.
Me ne vado con un senso di nausea, profondamente colpito da quello che ho visto. Bing se ne accorge e mi racconta di come le prime volte non riuscisse nemmeno a mangiare, una volta tornata a casa.
Ma un angelo può adattarsi a vivere anche all’inferno. Mentre guido piano nel traffico impossibile di Manila, Bing ascolta le canzoni alla radio sorridendo e si mette a cantare.
Domani io sarò lontano da Manila ma lei indosserà gli stessi sporchi stivali per risalire la collina di Payatas.
Sorridendo e cantando.
E sapendola ogni giorno fra quei dannati mi vergogno un po’ meno di essere un uomo.

STEFANO OLTOLINI, natale 2000

 
 ©2004 
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