Ritorno all’inferno

A prima vista, nulla è cambiato da 4 anni fa.

La stessa maledetta collina, lo stesso sole spietato, lo stesso odore dolciastro di spazzatura in decomposizione.

Arriviamo a Payatas da un’altro ingresso, conosciuto col nome altisonante di Veteran Site, Bagong Silangan (Nuova Alba), dopo aver attraversato le dolci e verdi colline della zona nord di Manila, ad un passo dalla riserva idrica più importante del paese, La Mesa.

Nell’area Veteran vivono circa 500 famiglie (3000 persone), accampate dal 1992 sui fianchi di una collinetta che degrada verso il fiume. Di fronte, oltre le rive fangose e imputridite, s’alza la collina infernale di Payatas, brulicante di operai, mezzi meccanici e scavenger, i disperati che ogni giorno cercano la vita tra i rifiuti.

L’area versa in condizioni drammatiche: manca l’acqua, non si raccolgono i rifiuti, non c’è lavoro, la situazione igienica è preoccupante, l’educazione carente, le prospettive incerte. Da 12 anni i residenti aspettano invano di ricevere i titoli che certifichino il possesso delle case in cui vivono. Baracche addossate una all’altra, nessun parco né giardino, niente piazza, niente campo giochi, nessun spazio comune. Manca totalmente lo spazio fisico, uomini e animali vivono addossati in pochi metri arroventati dal sole.

Nonostante le precauzioni, l’atteggiamento dimesso, i vestiti usati e la compagnia di amici locali, il mio essere occidentale risalta da lontano. La gente mi viene incontro, pacifica, serena, sorridente. Mi attendevo rabbia e rivolta, trovo pace. Non mi sento in alcun modo in pericolo né mal sopportato.

Visito alcune baracche, saltando a piè pari il piccolo fossato a lato della strada in cui vecchi rifiuti galleggiano nell’acqua stagnante e maleodorante. La maggior parte delle case è costruita con vecchi cartelloni pubblicitari e con un tetto di lamiera zincata, e ha all’interno una indicibile confusione di vestiti trovati in discarica, una radio o una televisione, un paio di sporchi materassi buttati in terra. Normalmente in una baracca di 25-30 mq vive una famiglia di 6-8 persone, anche se spesso le baracche vengono divise per poter avere un reddito supplementare. La promiscuità e l’assoluta mancanza di ogni forma di pianificazione familiare dà vita a realtà come quella di Dina, 17 anni, un figlio di 2 anni e un secondo in arrivo, oppure a quella di Tony, 29 anni, capofamiglia con 12 figli da 2 donne diverse, disoccupato.

La miseria invece ha spinto Elda, una delle poche anziane che vedo, ad sub-affittare l’intera sua baracca all’infuori di uno spazio chiuso di circa 2 metri, simile a una bara, in cui vive allungata su un materasso.

Da qui vedo i confini di questo girone infernale: una scarpata ripida, piena di garbage, una discesa verso il fiume, e di fronte l’orrore della collina di Payatas, col suo osceno fetore. La spazzatura non viene raccolta e paradossalmente per questioni amministrative gli abitanti non potrebbero comunque portarla di persona sulla collina di Payatas (che raccoglie 800 tonnellate al giorno di rifiuti). Fino a pochi mesi fa non esisteva alcun bagno privato, e si utilizzavano le agghiaccianti flying toilets di cui racconta Kapucinski e che ho già visto a Nairobi. (Spiegazione per i neofiti: una flying toilet è una busta di plastica nera in cui si fanno i propri bisogni e che al calar della sera viene chiusa e lanciata attorno approfittando del buio, della miseria umana e del degrado a cui può arrivare l’uomo).

Scendo verso il fiume, osservando i visi nelle porte ombrose, le bocche giovani senza più denti (la mancanza di denti è il primo indice della povertà di un popolo, dovuta alle carenze alimentari e all’assenza di igiene), gli occhi luminosi per la febbre e la malattia. Il fiume a sinistra è di una paradisiaca bellezza, e scorre morbido scendendo dalle colline verdi. Arrivato al villaggio, diventa una cloaca a cielo aperto: ricolmo di spazzatura, abbevera animali e bagna bambini nello stesso tempo, trasuda additivi chimici e prodotti di scarto della discarica, soffoca fiancheggiando Payatas e muore tuffandosi nelle viscere della collina infernale, dove diventa strumento di morte per le riserve d’acqua di Manila.

Il fiume serve anche ai riciclatori per ripulire i materiali che vengono trovati nella discarica. Due-tre persone, con l’acqua putrida fino ai fianchi, prendono sacchi ricolmi di spazzatura e li squarciano per riutilizzare la plastica dei sacchi. La scena è infernale e mi ricorda la conceria di Fes, in Marocco, dove le pelli delle pecore venivano lavate in immondi serbatoi pieni di vermi, sangue e acqua sporca, e dove l’aria era ammorbata dai miasmi pestilenziali della carne in decomposizione. Qui a Payatas è l’umanità ad essere in decomposizione, e la violenza perpetrata verso il fiume, verso la natura, urla silenziosamente la sua agonia.

La collina infernale domina il panorama. Una immensa montagna di rifiuti estesa per chilometri e chilometri, sorvegliata da guardie armate che ci impediscono il passaggio. Il governo non vuole che si parli di questa vergogna nazionale, specie adesso che Gloria Arroyo (la presidentessa amica della chiesa e degli USA) è stata eletta e con questa elezione ha cancellato il golpe bianco che l’aveva portata al potere ai tempi dell’ex attore Estrada.

A Payatas sono in visita a un progetto di SOLETERRE (www.soleterre.it), l’associazione umanitaria di cui faccio parte, che dal 2002 supporta le attività di un piccolo centro per donne e bambini aperto dalle suore di una minuscola congregazione locale, le Faithful Companion of Jesus. Ci accoglie Veronika, suora tedesca in Asia dal 1958, col suo splendido sorriso e i suoi occhi d’acciaio, che assieme a Dhoray, a Dedi, a Lang Lang e a tante altre lotta ogni giorno per cambiare la realtà di Payatas.

Il centro offre molteplici servizi all’interno di precisi programmi:

- sviluppo integrale femminile (corsi, creatività, riflessioni)

- sviluppo comunitario (dispensario medico-farmaceutico, riparazione di case, risanamento ecologico, approvvigionamento idrico)

- generazione di reddito (microcredito, produzione e vendita oggetti)

- educativo (corsi di computer, lingue e attività per i bambini)

Ma soprattutto il centro è un simbolo di lotta e resistenza contro l’ingiustizia che ogni giorno la gente di Payatas vive sulla propria pelle. Il Centro rappresenta la speranza e la possibilità di cambiare le cose partendo da se stessi, dal proprio contesto, dalle proprie potenzialità. Persone senza più voce, abituate a subire in silenzio, stanno progressivamente acquisendo sicurezza, ponendosi domande, confrontando le rispettive situazioni, alleandosi per modificarle.

E i risultati stanno arrivando, nella gioia incredula degli stessi abitanti di Payatas. L’unione delle forze e delle pressioni degli abitanti sta in questi giorni ottenendo la rimozione della spazzatura dalle strade, e sono ripresi i lavori per dotare l’area di acqua corrente. Assieme. Si può. Cambiare.

La collina è la morte. La morte dell’uomo, la morte della dignità, la morte della giustizia.

La collina è la vita. La vita dai rifiuti, la vita dalla consapevolezza, la vita dalla lotta.

Stefano Oltolini, agosto 2004

 
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